never say digital
Posted on 6 settembre 2016 by Sasà Tomasello on Digital Marketing, Digital Marketing, Influencer Marketing, Never Say Digital, Social Media

Influencer marketing isn’t new.

Molto, ma molto tempo prima che sedicenti markettari coniassero il termine “Influencer Marketing“, i consumatori già iniziavano ad informarsi attraverso persone più esperte di loro per orientamento o trarre ispirazione per i propri acquisti. Un tempo, nell’era analogica, potevamo definire “esperti”, giornalisti, critici, talvolta attori e uomini e donne dello showbiz che ci raccontavano la loro esperienza con un determinato prodotto servizio. Ma diciamocelo francamente, se io ti pago tu puoi dire tutto quello che voglio. E così con l’avvento di internet, si sono fatti largo non senza sgomitare, blogger, professionisti affermati o influenti che avevano convinto altre persone a seguirli autonomamente, perché erano riusciti a avere la loro fiducia. Così se, ad esempio, volevo acquistare uno smartphone c’era qualcuno più bravo di me, che magari li provava tutti (o quasi) e li comparava e poi esprimeva il suo giudizio assolutamente attendibile, da esperto.

Oggi, in questa epoca di stelle di social media, il termine “influencer” comprende una vasta gamma di esperti: fashion, beauty, food, business and tech influencer. Così i brand fanno a gara per accaparrarsi i migliori, quelli più influenti, ovvero quelli che hanno maggior seguito e spostano l’attenzione verso un prodotto anziché un altro.influencer-marketing-buzz

Ma come sempre, le acque si intorbidiscono. Nascono piattaforme, metodi, reti che nel loro voler migliorare le cose, in realtà rendono tutto leggermente più complesso dando vita a un settore dedicato al collegamento tra brand e talenti in grado di diffondere in rete un mucchio selvaggio di parola, o come lo chiamano gli esperti il “passaparola“.

A chi si dovrebbero rivolgere i brand? Dove dovrebbero cercare i loro influencer? Come dovrebbero misurare il successo delle loro azioni?

Quella dell’influencer è una “corrente digitale” che si è formata nei primi anni 2000 a fianco della blogosfera. Appassionati dei più svariati argomenti e settori raccontavano attraverso i proprio blog, poi social network, ad un devoto seguito di lettori/follower, le propri esperienze. Così i brand hanno iniziato a offrire campioni gratuiti di questo e quel prodotto in cambio di una “recensione autorevole”, trasformandola negli anni in una vera e propria disciplina di marketing.

Intanto, la maggior parte dei professionisti, dei blogger e gli ancora ignari di essere influencer, nel frattempo, attraverso i social network, racimolavano pubblico, milioni utenti sulle più svariate piattaforme, da Twitter a Facebook, da Instagram a YouTube, etc.

Stats_Influencer_Marketing

Secondo una ricerca condotta da Augure, si calcola che nel 2016, il 61 per cento degli inserzionisti ha aumentato i budget per le campagne di influencer marketing, con costi che possono variare da poche centinaia di euro per un product placement ad esempio su Instagram a decine di migliaia per un video personalizzato. Moltiplicando la spesa nell’arco di due anni. Se confrontiamo i costi del 2014 con quelli del 2016 sono addirittura triplicati. Altro discorso è se a questa spirale corrisponde il giusto ROI.

Personalmente, ho sempre suggerito ed avuto un approccio più qualitativo che non quantitativo del lavoro tenendo si in considerazione le dimensioni del pubblico, ma anche alcune variabili fondamentali per considerarlo funzionale alle attività di comunicazione del brand. E quindi al content marketing e sopratutto all’engagement (che approfondiremo più avanti).

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